L’anima del Tea Party

Più di dieci anni fa, prima dell’11 settembre, Walter Russell Mead pubblicò un saggio sulla “tradizione jacksoniana” che ancora persiste nella società americana. I jacksoniani, scrisse, hanno un proprio codice, i cui elementi chiave sono l’autonomia di pensiero, l’individualismo, la lealtà e il coraggio. I jacksoniani hanno cura di salvaguardare il Secondo emendamento tanto quanto i jeffersoniani l’hanno per il Primo. Sono diffidenti verso il potere federale, scettici sul buonismo in casa e all’estero, contrari alle tasse ma favorevoli a benefit che ormai danno per acquisiti. di William Galston
6 AGO 20
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Più di dieci anni fa, prima dell’11 settembre, Walter Russell Mead pubblicò un saggio sulla “tradizione jacksoniana” che ancora persiste nella società americana. I jacksoniani, scrisse, hanno un proprio codice, i cui elementi chiave sono l’autonomia di pensiero, l’individualismo, la lealtà e il coraggio. I jacksoniani hanno cura di salvaguardare il Secondo emendamento tanto quanto i jeffersoniani l’hanno per il Primo. Sono diffidenti verso il potere federale, scettici sul buonismo in casa e all’estero, contrari alle tasse ma favorevoli a benefit che ormai danno per acquisiti. I jacksoniani sono anti elitari; ritengono che gli istinti politici e morali dei cittadini siano più lungimiranti di quelli degli esperti e che, come ha scritto Mead, “se i problemi sono complicati, le soluzioni sono semplici”. L’eroe jacksoniano sfida le élite e “osa dire ciò che pensa la gente” senza preoccuparsi di quello che diranno di lui i media liberal (si pensi a Ted Cruz).
Il Tea Party è l’America jacksoniana, mobilitata, arrabbiata e soprattutto spaventata, in rivolta contro un’élite che minaccia i suoi interessi e disprezza i suoi valori. Stan Greenberg, il sondaggista liberal il cui studio sui democratici reaganiani ha cambiato il dibattito politico negli anni 80, ha pubblicato di recente uno studio sul Tea Party. I sostenitori del Tea Party vedono in Obama un anti cristiano e gli muovono l’accusa di “tirannia” per l’uso troppo esteso dei poteri esecutivi. Obama starebbe perseguendo una strategia di costruzione del consenso attraverso l’aumento della dipendenza degli americani dal governo: l’Obamacare è il culmine di questo percorso. A meno che la legge non sia “defunded”, la terra del governo limitato, della libertà e della responsabilità individuali sarà perduta per sempre e nella nuova America, dominata da minoranze bisognose che fanno valere i loro “diritti” senza accettare i propri doveri, non ci sarà più spazio per i sostenitori del Tea Party. L’Obamacare è molto più di una battaglia politica: è una questione di vita o di morte.
Secondo i sondaggi del New York Times e del Public Religion Research Institute, i sostenitori del Tea Party hanno un bagaglio di convinzioni conservatrici molto più forti della media. Il 58 per cento ritiene che le minoranze ricevano troppa attenzione, il 65 per cento che gli immigrati siano un peso. Il 92 per cento degli intervistati ritiene che stia portando il paese verso il socialismo. Molti liberal esasperati pensano che persone che sostengono simili teorie debbano appartenere ai ranghi più bassi e avere una scarsa educazione. Il sondaggio del New York Times ha rilevato l’opposto. Solo il 26 per cento dei sostenitori del Tea Party si definisce appartenente alla working class, contro il 34 per cento della popolazione americana; il 50 per cento si identifica con la middle class (contro il 40 a livello nazionale) e il 15 si considera appartenente all’alta borghesia (contro il 10 a livello nazionale). Il 23 per cento ha un’istruzione universitaria, e un addizionale 14 per cento ha un’educazione a livello di dottorato, contro il 15 e il 10 della popolazione totale. Di contro, solo il 29 per cento dei sostenitori del Tea Party ha un’educazione di scuola superiore o meno, contro il 47 per cento del resto della popolazione adulta. Il Public Religion Research Institute ha rilevato che il 47 per cento si ritiene membro della destra cristiana, e il 55 ritiene che l’America sia ancora oggi, e non solo nel passato, una nazione cristiana. Su questioni come l’aborto e i matrimoni gay, i membri del Tea Party sono allineati con i tradizionalisti. Il 71 per cento dei sostenitori del Tea Party si ritiene conservatore. Infine, il Tea Party non è nemmeno una forza di pressione indipendente ed esterna rispetto ai repubblicani. Il 76 per cento dei suoi sostenitori si identifica con il Partito repubblicano, o ha una propensione verso le sue politiche. E’ piuttosto un movimento dissidente di riforma all’interno del partito.
Molti sostenitori del Tea Party sono piccoli imprenditori che vedono le tasse e le normative come una minaccia diretta al loro stile di vita. A differenza dell’establishment repubblicano, i membri del Tea Party ritengono la maggior parte della spesa pubblica un peso inutile e visto che molti di loro gestiscono piccoli business con stretti margini di guadagno, pensano di non avere altra scelta che quella di contrastare iniziative, come l’Obamacare, che riducono la loro autonomia e aumentano le loro spese – misure alle quali le grandi corporation con ampi margini di spesa possono adattarsi. Non è una coincidenza che l’espandersi dell’influenza del Tea Party stia avvicinando l’America delle corporation al Gop. E’ difficile immaginare come gli Stati Uniti possano governarsi senza che l’America delle corporation spinga i repubblicani a sfidare il Tea Party – a meno che le parti non si invertano.
di William Galston
senior fellow alla Brookings Institution
Copyright Wall Street Journal
Per gentile concessione
di MF/Milano Finanza